Pubblicato da: piermorg | gennaio 10, 2009

Sboccia in Città

La città faceva da cornice in modo ineccepibile.

Faceva freddo in quel periodo dell’anno, con la temperatura che tranquillamente sforava il negativo, soprattutto passate le cinque di pomeriggio, quando il sole era bello che tramontato da un pezzo.  Il cielo era sereno, forse c’era un pò di foschia, ma non una nuvola si azzardava a coprire la luna che faceva timidamente capolino tra i palazzi.

Il caffè si trovava all’angolo del secondo piano di un centro commerciale del centro, proprio di fronte al palazzo della Borsa che incrocia e domina negozi, pedoni, tram e automobili tutt’attorno.  Guardando in basso dalla finestra del locale si distinguevano bene persone di ogni età che, con la voglia non ancora digerita di fare compere -rimasugli delle festività appena passate-, andavano in giro con sacchetti di tutti i tipi e colori.  Guardando in basso, tutto sommato, si scorgevano facilmente i gruppi di ragazzi, le coppiette e le famiglie che facevano una passeggiata, mentre alzando lo sguardo la città si spogliava con i suoi colori e le sue luci, le sue insegne colorate e i suoi palazzi con i vetri a specchio di colore blu scuro.  In lontananza ci si poteva persino illudere di vedere il ponte della città, anche se solo l’immaginazione permetteva di proseguire per la strada che scompariva dietro il palazzo di fronte e che si dirigeva verso la baia.

<Ci sediamo qua?>.  Certo che sì.   Il caffè era mezzo pieno e naturalmente quasi tutti i posti vicino alla grossa finestra erano occupati.  La vetrata ad angolo era alternata a grossi specchi per rendere l’ambiente più dinamico, e tutti e due si sedettero di fronte ad uno specchio – l’unico modo per non dare le spalle al paesaggio che la città presentava loro.  Prima di sedersi, comunque, aveva pensato bene alla sedia da occupare: voleva starle di fronte per chiacchierare più facilmente e guardarla negli occhi, ma decise di optare per il fianco a fianco in modo tale da godersi la vista verso sinistra e le loro immagini riflesse davanti a sè.

La prima mezz’ora durò giusto il tempo di una fetta di torta alle mele e di un thè.  Si parlava del più e del meno, dell’università e dei gruppi per le presentazioni, delle solite classi e dei soliti professori, dei soliti compagni di sventure: insomma, delle banalità che ci tranquillizzano tanto e in cui tanto ci piace navigare perchè non danno brutte sorprese.  Banalità di cui, comunque, non possiamo fare a meno visto che, dopotutto, la vita è a volte un pò monotona, ma, paradossalmente, piena di sorprese.

<…e quindi mi ci sono arrabbiata fino a tal punto che lui si è zittito e io mi sono messa a ridere a vederlo così… inerme!>.  S’era rimessa a parlare del suo ragazzo senza che lui se ne accorgesse e senza che avesse chiesto nulla.  Faceva la loro stessa classe?  No.  Era andato tutto bene dopo la litigata?  Si, ma era ancora mezza arrabbiata.  Lo conosceva?  No.  Ah già!  L’aveva accennato l’ultima volta che erano usciti e lei aveva omesso -senza volerlo- il suo nome.

Poi cominciarono a parlare di tutto quello che avevano in comune: la passione per i viaggi -soprattutto se in luoghi esotici- ma la difficoltà che ne deriverebbe nel voler formare una famiglia; l’odio per i cetrioli sott’aceto che mettono negli hamburger dei fast food, i quali potrebbero essere tralasciati su ordinazione, ma è semplicemente più facile e più sbrigativo toglierli manualmente; la febbre per gli stessi identici telefilm <Ricordati che devi prestarmi la prima stagione di quello che mi dicevi l’altra volta>.

E tra una risata ed un’espressione di stupore, ogni tanto guardava fuori, ogni tanto le guardava le mani, e ogni tanto gli occhi.  E mentre improvvisava qualche battuta scema non pensava ad altro che a baciarla.  Sapeva che non avrebbe mai tentato in modo così spudorato ed impudente, convinto che un gesto del genere sarebbe stato completamente fuori luogo, ma già immaginava la scena: avrebbe aspettato per uno di quei mille silenzi descritti da Mia Wallace in Pulp Fiction, quelli che lasciano spazio soltanto ad una sensazione di aspettativa.  Poi le avrebbe sfiorato le mani che giocavano con le bustine di zucchero rimaste sul tavolo, e, dopo un interminabile attimo di pausa gli sguardi si sarebbero incrociati e le labbra avrebbero seguito gli occhi.

<Vieni stasera alla festa?>

<Naa, non c’ho voglia.>

<Perchè no?  Daaai.>

<Uffa!  Se mento e ti dico che ‘ci penso e ti faccio sapere’, va bene?>

<Va bene> sorrise lei mentre si alzavano dal tavolo per andare prendere il 21, che li avrebbe portati verso casa.


Risposte

  1. Pier devi scrivere così più spesso :P Hai del talento ^^

  2. In attesa del capitolo successivo….

    p.s.: sono d’accordo con Dani…hai del talento!

  3. Pier:

    MI MANCHI UN SACCO!!!

    sei un grande, VERAMENTE!!!

  4. grazie a tutti!!
    anche voi mi mancate.. veramente!!

  5. davvero piacevole :)

    ma com’era la torta di mele? :p

  6. @marco: non male, ma niente a che vedere con le tue di torte ;)

  7. lol troppo gentile, ma volevo sapere com’era fatta :p eheh me lo dirai in scaaaaiiip

  8. ooooooooooh :(


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